Un compito difficile quello che mi viene chiesto di svolgere, cui tuttavia proverò ad avvicinarmi con la delicatezza e la chiarezza necessarie al fine di intaccare il meno possibile una simile esperienza.
Quale?
Musicoterapia nel reparto di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale Salesi di Ancona, progetto reso materialmente possibile innanzi tutto grazie alla volontà, all’impegno e alla fiducia di Nazzarena, presidentessa dell’Associazione Raffaello, che ha creduto e continua a credere in questo percorso e a cui rivolgo il mio ringraziamento più profondo, poi grazie anche al personale del reparto, sempre disponibile ed aperto ad accogliere qualsiasi novità possa contribuire in qualche modo a rendere meno doloroso e pesante il soggiorno dei loro pazienti.
Come già accennato poco sopra, non è semplice descrivere dettagliatamente di che si tratta senza correre il rischio di banalizzare, ridurre o, comunque, di perdere delle parti fondamentali dell’esperienza.
Già, perché è proprio di una esperienza che si tratta. Ho l’opportunità di entrare nelle stanze di questi bambini, ragazzi che, loro malgrado, passano molto tempo in reparto, e, quindi, di suonare con loro.
La musica è esperienza diretta, entriamo subito dentro un nuovo e sempre diverso paesaggio (esterno ed interiore) che, ad un tempo, si può anche costruire di volta in volta rendendolo esattamente come si desidera.
Mi è possibile toccare con mano e, è proprio il caso di dirlo, ascoltare e vedere come la relazione musicale sia autonomamente e contemporaneamente terapeutica ed agente da entrambe le parti (mia e dell’altro). Suonare, il luogo del suono, è lo spazio in cui avvengono significativi cambiamenti (che possono essere più o meno visibili ad un occhio esterno ma che comunque lasciano un’impronta inconfondibile in chi li vive in prima persona, l’impronta appunto dell’esperienza), in cui è possibile appropriarsi realmente di sfumature ed orizzonti altrimenti inimmaginabili, in cui non c’è mediazione alcuna, non c’è bisogno di parole in più, in cui è possibile entrare direttamente, e stare, nelle emozioni, sentire, decidere cosa e come cambiare e, quindi, creare qualcosa di nuovo, suonare “brani” inediti come nuove possibilità per ognuno, “brani” qualitativamente elevati ed inaspettati proprio per il motivo della loro provenienza: l’essere umano, in questo caso, gli ospiti del reparto.
Se da un lato è vero che sono io ad offrire in qualche modo un servizio, dall’altro è altrettanto vero che ognuno di loro è stato ed è una sorta di “maestro” per me. Mi aiutano a rimanere aperta ad ogni possibilità, con il loro suono autentico e profondo mi indicano come non sia davvero possibile buttare via qualcosa e come, di contro, si possa “riciclare” ogni elemento, sonoro nello specifico, ma non solo, ed utilizzarlo per creare una composizione pulsante di vita.
Questi bambini sfruttano la più piccola ed invisibile delle briciole e la “girano” a loro favore, trovandosi a percorrere una strada in cui lottano non tanto per la sopravvivenza, come potrebbe sembrare magari a chi guarda, quanto per la vita. Nel suonare, nel suono, esistono, sono, e quindi mostrano il come, vivi, con ogni gradazione che l’essere vivo comporta; la loro arte, le loro creazioni musicali ne sono la testimonianza, la prova tangibile, così come prezioso e tangibile è per me, l’affetto e l’insegnamento che, probabilmente senza nemmeno accorgersene, mi rimandano gratuitamente.
Un tesoro che non ha prezzo e di cui non posso fare altro che ringraziare. Allo stesso modo non riesco a tralasciare la gratitudine che ho nei confronti dei genitori che, pur vivendo quotidianamente una condizione di difficoltà e di dolore quasi impossibile da descrivere, sono sempre tuttavia aperti e disponibili anche a lavorare insieme ai figli nel momento in cui questi lo desiderano e, ad un tempo, sanno quando è il momento di lasciare che facciano autonomamente la loro strada.
Può certo sembrare una banalità ma, al contrario, è un’attitudine particolare che, soprattutto in un contesto simile, richiede una sottile sensibilità. Questo è un lavoro complicato, anche perché, purtroppo, ancora poco conosciuto, ma che può dare e fare moltissimo, a livelli differenti e in ambiti differenti. E’ un lavoro che amo, in cui credo profondamente e che spero di poter continuare a svolgere, al meglio.

Grazie.

Marta